Il metodo veloce per IMPARARE A FAR RIDERE (divertenti si diventa)

Domanda: Tutti pensano che io sia un musone. Vorrei diventare più divertente, come si può fare?

L’allegro Conte Dracula mangiava sempre riso perché diceva che «il riso fa buon sangue». Divertente? Dipende dal grado di umorismo che ha chi la ascolta. Non c’è, infatti, un solo tipo di comicità che fa ridere tutti: c’è chi si diverte con i film di Woody Allen, chi con quelli demenziali tipo “Borat”, chi adora i video di “Paperissima” e chi ride solo in casi rari. L’umorismo è uno degli argomenti su cui si è scritto di più. Da Aristotele in poi, tutti i grandi pensatori sono rimasti affascinati dalla questione, ma cos’è la risata? Un ingrediente importante della nostra vita che ci aiuta a scaricare le tensioni allontanando, almeno per un po’, i problemi quotidiani. Ed è anche un aggregatore sociale perché è meglio essere uno che sa usare l’ironia rispetto a uno che non ride neanche di fronte al comico più divertente del mondo.
Divertenti si nasce, ci sono persone che fanno morire dal ridere anche se leggessero la lista della spesa, ma cosa può fare chi non fa ridere neanche se recitasse il monologo più divertente del mondo?
Il bello è che si può imparare a far ridere. Vediamo come.

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I GENERI DELL’UMORISMO

L’umorismo può essere racchiuso in sei generi fondamentali: 

– Autoironia: È la capacità di cogliere non solo i difetti altrui ma anche propri e di saperli accettare e superare con maturità. Rimane l’arma preferita dalle minoranze: prendersi in giro, intatti, diventa un modo intelligente per disarmare chi è ostile e per attirarsi le simpatie del prossimo.

– Fusa: Caratterizzata da espressioni buffonesche e gesti plateali, compare per la prima volta nel Medioevo alle corti dei re, ma il vero attore comico professionista nasce in Italia, nella seconda metà del Cinquecento, con la Commedia dell’arte.

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– Humor nero: Fa ridere con ciò che normalmente non farebbe mai ridere. Argomenti come la morte, le malattie, le guerre, le catastrofi, vengono ridicolizzati allo scopo di esorcizzarli. Anche ridere delle disgrazie altrui sfoga una paura: quella di subire la stessa sorte.

– Non-sense: È una forma di comicità fatta di giochi di parole molto arguti e sottili. Il divertimento consiste nel creare   confusione tra vero e falso e nel sovvertire il senso comune delle cose. Uno dei più grandi maestri di questo tipo di umorismo resterà sempre Totò.

– Umorismo sessuale: Esorcizza ansie e paure legate stavolta alla sessualità. Chi si diverte a raccontare e ad ascoltare barzellette spinte, a parlare con un linguaggio piuttosto “piccante” e “colorito”, probabilmente deve liberarsi da timori legati alla sfera sessuale.

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– Satira: Forma di protesta contro qualcosa o qualcuno, si esprime attraverso la parodia (cioè l’imitazione del modo di parlare o di gesticolare di qualcuno) e la caricatura (cioè l’accentuazione di atteggiamenti o tratti ridicoli della persona presa di mira). 

CHE COSA FA RIDERE? 5 SISTEMI CLASSICI CHE ANCORA OGGI SONO INFALLIBILI

1) Situazioni inaspettate: Cadute, scivolate, testate e incidenti vari, ci fanno ridere perché godiamo delle disgrazie altrui e crediamo tutti di essere più furbi rispetto ai malcapitato di turno. Ci capita quando guardiamo qualcuno fare qualcosa di un po’ stupido. Pensa ai video di “Paperissima Sprint” o alle candid camera e chiediti, perché ridi? Perché quei video ti fanno dire, inconsciamente, «Questi non stanno bene di testa». In realtà nella maggior parte dei casi sono eventi inconsapevoli, successi per caso in situazione inaspettate. 

L’inaspettato è anche alla base delle freddure e della comicità immediata (che è anche la base dei meme). Pensa ai “‘So Lillo” o al “Hai cagato” (detto con la voce di Cannavacciuolo, quindi un contrasto, punto 3) di “LOL – Ride bene chi ride ultimo” che dovresti rivedere come fosse un manuale scolastico: tutto in quello show si basa sull’inaspettato, sul contrasto, sulla plasticità.

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2) L’attesa: A volte basta dire, «La sapete quella del…?». E cominci a raccontarla. Tutto il tempo in cui racconti la storiella è già essa stessa divertente, anche se in realtà non stai dicendo nulla di comico. Pensa al celebre sketch di Gigi Proietti del “18”. Il comico romano la raccontava mostrando tutta la giornata di un uomo, dalla mattina fino alla sera in cui lui ripeteva solo il numero “diciotto” per tutto il tempo. Per il 99% del racconto è solo la storia di un tizio che fa le cose normali dicendo un numero ad alta voce. Nulla di più. Proietti poteva raccontarla in due minuti o andare avanti per ore perché alla fine la storia non è granché. Cosa fa ridere? L’attesa di qualcosa di divertente che sta per accadere. Poi dipende anche dal come la racconta, ma l’attesa è essa stessa divertente.

3) Il contrasto: Prendi l’esempio della storia di Proietti. Sei stato dieci minuti a sentirlo raccontare la storia di questo tizio che ripeteva sempre “18”, quindi? Come pensi che finisca la storia? Perché questo tizio ripete sempre “diciotto” a voce alta? Puoi pensare a tutto, ma non a quello che è. È questo che non ti aspetti che fa ridere. Nello specifico, era la battuta finale: «Ma perché dici sempre diciotto?». E il tizio risponde: «Eccone un altro. Diciannove, diciannove, diciannove…».

4) Papere, freddure, doppi sensi, motti di spirito, esagerazioni e arguti giochi di parole: Divertono tutti da sempre perché anche il linguaggio sa creare ed esprimere il comico. Anche qui vale la regola del contrasto, dell’inaspettato: se a cena un comico fa una battuta con doppio senso divertente è una cosa, se la fa la persona più seria del mondo è molto più divertente.

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5) La plasticità del comico: Ci riferiamo ai movimenti che fa il comico che può essere di vari tipi:

  • Il comico delle forme e del corpo: Fisionomie deformi, ridicole e caricaturali, rotondità, sproporzionate.
  • Il comico dei gesti e dei movimenti: Smorfie, tic, starnuti, rumori, automatismi e ripetizioni periodiche.
  • Il comico dei camuffamenti: Nasi paonazzi, maschere varie, torte in faccia.

Questo conta a prescindere dal cosa racconti, può essere una barzelletta, il tuo ultimo viaggio o la partita della squadra del cuore, devi usare le mani, enfatizzare alcune parole, muoverti fisicamente. Hai presente il video di Proietti e del “18”? Non si limita a raccontarla, ma si muove, finge di essere il personaggio della barzelletta, di essere sul tram, ecc. Ricorda, non fa ridere tanto la barzelletta, quanto il tuo corpo.

6) La barzelletta: Devi avere una forte memoria (ma questo puoi superarlo con le tecniche descritte nel articolo per memorizzare meglio e velocemente) e devi imparare a raccontarle con corpo oltre che con la voce. Che sia

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7) Esagerazione e momenti clou: Una qualsiasi storia, divertente o meno, è fatta di una sequenza temporale. C’è un antefatto (“Un vigile si accosta a un automobilista fermo al semaforo rosso…”), con un evento iniziale più o meno normale (“Il vigili si avvicina all’automobilista e gli dice: «Bravo, lei è un esempio di civiltà. Il Comune le regala 1.000 euro, cosa ne farà?»”), infine l’evento inaspettato ed esagerato: “L’automobilista gli risponde: «Grazie, li userò per prenderci la patente!».
La barzelletta va preparata descrivendo la situazione e i personaggi in modo più o meno dettagliato (nel caso, devi esagerare sugli elementi distintivi) per poi chiudere con il momento divertente che deve essere inaspettato (chi si aspetta che l’automobilista non abbia la patente?) ed esagerato (idem, non avere la patente e guidare è un fatto esagerato).

8) Il linguaggio comprensibile: Qualsiasi comunicazione umana si basa su un linguaggio che deve essere comprensibile. Immagina il linguaggio come una chiave in una serratura: la tua chiave (ciò che dici e come lo dici) deve entrare nella sua serratura (chi ti ascolta/vede) per aprire la porta. Se la chiave non entra nella serratura, la porta non si aprirà. Idem, nessuno capirà la tua comicità. Per questo quando descrivi un evento deve essere comprensibile per chi ti ascolta. Guarda i monologhi dei comici negli stand-up show (tipo “Zelig” o “Colorado”), parlano di cose che tutti capiscono. È celebre il monologo di Enrico Brignano che va in Banca per chiedere i soldi che lui ha depositato e la Banca che gli risponde di fare un prestito anziché di prelevare i suoi soldi:

RICAPITOLANDO

Parti dal video precedente, perché fa ridere questo monologo? Perché racconta una situazione che conoscono tutti (linguaggio comprensibile, punto 8), ma con uno sviluppo inatteso (punto 1), non arrivando subito al dunque, ma stimolando l’attesa in chi ascolta (punto 2), perché usa i giochi di parole (punto 4), perché la racconta usando anche il corpo, le smorfie, le braccia (punto 5), perché enfatizza i momenti clou ed esagerando su alcuni aspetti (punto 7).

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Ecco, ora hai tutti gli elementi per far ridere. Buon divertimento!

 

Foto: frankmatano (Instagram)

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