SEX AND THE CITY e i revival. Perché questo è il sintomo che l’arte di questo decennio è malata

La notizia più recente è la foto pubblicata da Sarah Jessica Parker sul suo profilo Instagram riguardo al ritorno di “Sex and the city”. I fan sono subito impazziti ed è l’ennesima dimostrazione di come il passato sia stato migliore del presente e del futuro.

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I TANTI RITORNI SONO UN SEGNALE CHE QUALCOSA NON VA

Oggi si parla di “Sex and the city” (gli episodi originali su Now), ma una decina di giorni prima c’era stata la reunion di “Friends” (l’originale su Netflix e la reunion su Now) e nei mesi precedenti ci sono state le nuove stagioni di “Will & Grace” (l’originale su Prime). Gli esempi di ritorni di serie tv degli anni ’90 o 2000 sono tantissimi, da “Magnum PI” (la nuova versione su Prime) a “V-Visitors” (l’originale su Prime), da “Beverly Hills 90210” a “Streghe” (l’originale su Prime) passando per “MacGyver” (l’originale su Prime e la nuova versione sempre su Prime) e “Hawaii Five-O” (la nuova versione su Prime e Now). E senza dimenticare “Twin Peaks” (su Now c’è sia l’originale che la nuova stagione).
I prossimi passaggi? “Boris” (l’originale è su Netflix e Disney+), “The OC” (l’originale è su Prime), “I Soprano” (l’originale su Now), “4400” e “Gossip Girl“:

Leggi la nostra guida per vedere le serie tv anni 70/80/90 in streaming (legale).

E poi ci sono i film, a partire da “Dune” (rifatto dal regista Denis Villeneuve, lo stesso che ha realizzato anche “Blade Runner 2049“, sequel di “Blade Runner“) fino ad arrivare al reboot di “Altrimenti ci arrabbiamo“, film cult con Bud Spencer e Terence Hill (l’originale è su Disney+ mentre sul reboot abbiamo scritto un articolo).

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LA QUANTITÀ AMMAZZA L’EPICA

Tutto bello, ma la domanda è: perché tutti aspettano trepidanti le serie tv del passato mentre oggi è molto più raro vedere un successo così eclatante?
La risposta è nella quantità. Le due veline uscenti di “Striscia la notizia”, Shaila e Mikaela sono state le veline in carica per il maggior numero di puntate, oltre 900. Eppure tutti ancora parlano di Elisabetta Canalis, Maddalena Corvaglia, Alessia Mancini ecc. Ovvio che Dagospia intitoli l’articolo con “Dopo 900 puntate Mikaela Neaze Silva e Shaila Gatta si congedano da “striscia la notizia”, ma quasi nessuno si è accorto della loro presenza”.

L’esplosione dell’offerta artistica è un bene, assolutamente, perché ci permette di poter vedere tante serie tv e tanti film che prima non avremmo potuto vedere. C’erano le videoteche, ma raramente si andava a prendere la VHS o il DVD di un  film sconosciuto. Oggi lo vedi in dashboard, metti play e lo adori. Quindi bene.

Questo, però, è anche un problema. Troppa offerta fa sì che non ci si affezioni ai personaggi, non ci sia fidelizzazione con la trama, alla fine ogni serie diventa una catena di montaggio. Finita una serie vista in due giorni, se ne parte con un’altra, poi un’altra, poi un’altra… e chi si ricorda più della prima?
Questo va a discapito anche dell’originalità: con una videoteca potenzialmente illimitata, Netflix e gli altri accumulano serie e film senza troppi filtri, con il risultato che sembrano tutte uguali. 
Ragioniamoci. Oggi i protagonisti delle serie sono persone che all’apparenza sembrano normali ma che in fondo vivono un disagio. Poi può essere un commissario in un poliziesco (sempre più spesso donna o di colore), può essere un medico, può essere vari tipi di caratteri, ma alla fine la questione è sempre quella: capire il disagio.
Disagio che in fondo è dovuto a: trauma del passato, violenza, difficoltà a emergere, ecc.
Poi ci sono le deviazioni sul tema dove il disagio non è psicologico ma è una malattia con il risultato che un personaggio malato è una novità, 100 personaggi malati diventa una normalità.

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Tutto giusto, ma ormai l’abbiamo capito, sono tutte uguali, non c’è più la novità. Come ci si può affezionare a un personaggio piuttosto che a un altro se alla fine vivono tutte un disagio personale? Ormai, più che intrattenimento sembra una gigantesca rassegna di psicologia.

MEGLIO IL SICURO DEL PASSATO CHE L’INCOGNITÀ DELLA CREATIVITÀ

Se 100 serie o film sono praticamente identiche nel loro core narrativo, queste si annullano. E allora si va a ripescare nel passato che hanno due forze: i vecchi fan che ritrovano i personaggi del passato a cui erano affezionati, e i nuovi fan che hanno sentito parlare di questi personaggi che sono ormai nel mito. Insomma, un successo sicuro.
Ecco perché si cerca nel passato. Li chiamano “reboot“, ovvero prendono la trama e la location e ci inseriscono nuovi personaggi. Oppure “remake” o anche sequel: prendono i personaggi di allora e cambiano gli attori oppure li fanno rivivere tot anni dopo.
Il rischio è minimo, il costo è spesso altissimo (per “Sex and the city” si parla di 1 milione di euro a episodio per ciascun personaggio principale) ma il ritorno è enorme.

PERCHÉ IN PASSATO FUNZIONAVANO? ERANO MIGLIORI?

Anche, ma soprattutto erano di meno. Le veline erano il sogno delle ragazzine che guardavano la tv. Oggi i giovani neanche la guardano la tv, mja guardano i social e le nuove veline sono le influencer. Che infatti sono milioni e a parte qualcuno, la maggior parte sono tutte uguali, tutte con la frasetta copi-incollata, il messaggio del momento (body positivity, body shaming, malattia, bullismo, violenza ecc.) in base ai trend e alla fine le foto in costume o a petto nudo (nel caso degli influencer maschi) a mostrare le forme.
Perché una volta c’erano le riviste e per una Alessia Merz, Claudia Schiffer o anche Emily Ratajkovski che conquistavano la copertina dei giornali, oggi ce ne sono milioni che fanno le stesse cose ma sul loro profilo Instagram.

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“Less is more”, è una delle frasi fatte che ripetono gli influencer, ben sapendo che oggi è impossibile: se fossero “less” finirebbero per essere risucchiati nella miriade di concorrenza.
Una volta invece, “less” era la norma perché c’era meno offerta e questo significava meno cantanti o band, meno attori o attrici, meno scrittori e scrittrici, meno personaggi tv ecc. che però entravano nella storia.

VALE ANCHE PER LA MUSICA

Non riguarda solo le veline o il cinema, ma anche la musica. Oggi chiunque può mettere un suo video su Youtube o sui social e avere successo. Potenzialmente, perché poi serve una strategia per emergere, ma quello è un altro discorso. Andiamo oltre, e arriviamo ai talent. Se ti dicessi il nome di Sergio Sylvestre? Ha vinto “Amici” appena qualche anno fa, eppure che fine ha fatto? Subito superato dal vincitore successivo. Idem per i reality. Tutti si ricordano di Pietro Taricone, ma chi si ricorda del vincitore del “GF11” per dirne uno?

Ora, Morgan con i Bluvertigo era migliore dei Maneskin? Prendiamo i Maneskin, se non avessero vinto Sanremo e poi l’Eurofestival, avrebbero avuto lo stesso successo dei Bluvertigo?

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IL PARADOSSO DELLA QUALITÀ

Il bello è che oggi la qualità è molto più alta. Viviamo nell’era della formazione e quindi anche l’ultimo attore/attrice o cantante del mondo è 100 volte migliore di quelli del passato. Perché si studia tanto, ci si perfeziona, grazie a internet si conoscono cose che prima si ignoravano.
Il problema è proprio l’offerta: puoi essere il più bravo del mondo, ma non emergerai a meno che non ti inventi qualcosa di strano. Oppure potrai anche avere un lampo di successo, ma poi sparirai.

MEGLIO O PEGGIO?

Dipende, l’offerta e le possibilità sono sempre un bene. L’apertura non è un male, ma le risorse sono quelle e sono limitate. Vale per il cibo e vale per l’arte. E infatti, così come ci siamo inventati l’economia circolare del riciclo delle materie, lo stesso stiamo facendo con il riciclo artistico.
Matthew Perry o Courteney Cox non erano attori più bravi di chi interpreta una qualsiasi serie tv di oggi, eppure loro sono nella storia. Questo conta?
No, alla fine ciò che conta è essere soddisfatti del proprio lavoro e riuscire ad emozionare un pubblico. Una volta quel “pubblico” era enorme, trasversale, e una Rita Pavone poteva vendere milioni di dischi, oggi bravissime artiste come Madame o Gaia hanno successo ma devono accontentarsi di un pubblico di nicchia.
Il bello è che prima una Madame aveva meno possibilità di emergere, oggi ce l’ha. È vero anche che una volta raggiunto il successo, Madame deve fare uno sforzo mille volte superiore a quello che avrebbe fatto in passato. E dovrà farlo per sempre perché se tutti possono diventare famosi allora tutti seguiranno il suo stile e lei diventerà “una delle tante”., anche se è stata l’originale.

IL RISCHIO IN UN FUTURO DI REBOOT, REMAKE E IDEE RICICLATE

In economia, quando l’offerta di un prodotto è superiore alla domanda, la soluzione è diminuire fortemente la produzione per smaltire il magazzino, poi creare un momento di mancanza in cui la domanda possa risalire e a quel punto ripartire con la produzione.
Nell’arte questo è impossibile, la domanda sarà sempre superiore all’offerta. Il risultato è che può esaurirsi l’interesse. Ti piace la Nutella? Prova a mangiare 30 fette di pane con la Nutella, una dietro l’altra. Le prime 5 ti piacciono, forse anche 10, alla 15a già non ne puoi più.
È ciò che sta accadendo ai reality: una volta facevano numeri enormi, oggi fanno numeri più bassi. Ufficialmente perché “la gente guarda meno la tv preferendo altro”. La verità è che “la gente guarda meno la tv” perché è sempre la stessa.

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LA SPERANZA C’È: L’ESEMPIO DI LUNLA SDINI E DI “LOL”

Per fortuna qualche produttore che cerca di sperimentare c’è ancora. Perché la tv degli anni ’80 è considerata geniale? Perché si sperimentavano trasmissioni senza pensare a venderle all’estero (i format). “Drive In”, “L’Araba Fenice”, “Quelli della notte”, ogni giorno c’era qualcosa di nuovo. Lo stesso per le serie tv: da “A-Team” in poi.
Si sperimentava, si vedeva cosa funzionava e si aggiustava. Oggi no. Oggi bisogna spremere fino all’ultima goccia ogni singolo format. E allora ecco che “L’eredità” o il “Grande Fratello” vanno avanti da vent’anni.
Per fortuna, però, c’è chi ama sperimentare. Paolo Bonolis, certamente, che però è ancorato alla sperimentazione di una tv tutto sommato tradizionale.

Ciò che fa ben sperare invece sono trasmissioni come “Una pezza di Lundini” o “LOL” che hanno mostrato che c’è spazio per qualcosa di nuovo, dove non bisogna puntare sulla lacrima facile (emotainment) per fare tv, non siamo ancora spacciati, possiamo ancora rinascere.
Lo stesso vale per le serie tv. Se i polizieschi ancora seguono lo schema di “Twin Peaks” (il paesino tranquillo…) o di “Breaking Bad “(il buono che in realtà è cattivo e nasconde un trauma…) o del “Dr House” (l’impertinente che prende in giro tutti come meccanismo di difesa) per fortuna ci sono delle piccole perle come “Black Mirror”, “La fantastica signora Maisel” e poco altro.

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