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Immagina la situazione: uno vede una notizia in tv o la legge sui social. Non è d’accordo. Cosa fa? Decide di impiegare 5 minuti della sua vita per comunicare al mondo la sua opinione. È la base dei social network, e ok, è questo il bello dei social. Ma se quella “opinione” in realtà è una minaccia di morte?
I social sono stati una delle grandi rivoluzioni di questi anni. Hanno dato la possibilità a chiunque di poter dire la propria opinione, e questo è fantastico perché ci possiamo sfogare, possiamo capire, possiamo dibattere, ma a volte quella “opinione” è un’offesa, un attacco personale, addirittura una minaccia di morte. Purtroppo capita tutti i giorni e l’ultimo in ordine di tempo è stato il giovane Emmanuele Tardino, colpevole solo di assomigliare a Can Yaman.

IL CASO EMMANUELE TARDINO

Il mondo dei sosia esiste da sempre. In passato venivano utilizzati dai Re e da personalità importanti in condizioni di rischio attentato. Con l’arrivo del cinema e dello spettacolo, i sosia hanno avuto una doppia funzione: controfigure sul set per le scene che gli attori non volevano girare, e invitati alle feste a tema. Una cosa simpatica, un gioco ma… non c’erano i social. 
Oggi invece ci sono. È bastato che il nome di Emmanuele Tardino venisse giornalisticamente associato a quello di Can Yaman (ne ha parlato anche Gianni Ippoliti a “UnoMattina in Famiglia” nella sua rassegna stampa rosa) ed è scoppiato il finimondo. Tardino, 28 anni, è stato attaccato pesantemente dai fan dell’attore turco, arrivando anche alle minacce di morte.

EMMANUELE TARDINO CAN YAMAN

Can Yaman (sin.) e Emmanuele Tardino (des.)

UN GIOCO DIVENTATO UN INCUBO

Per questo abbiamo contattato Tardino per capire il suo stato d’animo. Abbiamo trovato un ragazzo giustamente ferito nell’animo e stupito da tutto quello che è successo: «Inizialmente è stato fantastico, perché essere paragonato a un personaggio come Yaman non può che essere una lusinga. Anche professionalmente parlando. Il punto di non ritorno è che il prezzo da pagare, poi, sul web, diventa troppo alto. Ci sono stati momenti in cui ho anche pensato di rivolgermi alle autorità competenti, perché siamo arrivati anche a minacce pesanti. Dalle aggressioni, alla morte, alla mia famiglia. Insomma un vero e proprio incubo».

COME È COMINCIATO TUTTO

Che poi, tutto non è neanche partito dallo stesso Tardino. Anzi. È iniziato perché un giornalista di un settimanale lo ha contattato per fargli un’intervista sul come fosse cambiato il mondo della notte dopo la pandemia. Lo aveva trovato guardando il profilo Instagram di Tardino che a quei tempi faceva l’animatore in discoteca. Durante l’intervista è uscita fuori questa somiglianza con Can Yaman, ma tutto sarebbe finito lì se non fosse che altri hanno ripreso l’intervista e Gianni Ippoliti ne ha parlato più di una volta in tv. Inizialmente sono arrivati i complimenti, qualche battutina ironica che può anche starci, ma poi le battutine sono diventate dei veri e propri attacchi.

COME HA REAGITO

È stato un momento difficile che con il tempo sta scemando perché, e questa è un’altra caratteristica dei social, le “battaglie” durano il tempo di un trend topics. Oggi sono tutti esperti di un tema e tutti sono pronti a fare guerre verbali, poi domani si parla d’altro e quello di oggi viene dimenticato.
Nel caso di Tardino, però, il “tema” era lui, la sua persona con la sua sensibilità, le sue emozioni, la sua vita. Per fortuna l’ha presa bene: «Oggi mi sento molto più forte. Mi sono trasferito a Roma, perché ci sono alcuni progetti tv in cantiere, e speriamo di riuscire a vivere di luce propria perché Emmanuele Tardino è comunque un professionista che può camminare con le sue gambe».

Lui, infatti, oltre all’attività di animatore, ha lavorato anche come modello, ha fatto comparsate in alcuni spot e ora gli è stato proposto di partecipare a un celebre programma tv. Insomma, ok la somiglianza di Can Yaman, ma quella è un gioco, poi la vita è un’altra.

IL PROBLEMA DEI SOCIAL

Casi come quello di Emmanuele Tardino sono all’ordine del giorno, purtroppo, e non tutti hanno la sua forza di reazione. Sono celebri di casi di Carolina Picchi che a 14 anni si è tolta la vita per la vergognava di un video circolato online e diventato virale lasciando un bigliettino inquetante:

«Spero che adesso sarete più responsabili con le parole»

Come il caso di Alessandro, il ragazzo 13enne precipitato dal quarto piano a Gragnano dopo aver ricevuto sullo smartphone dei messaggi come «Ti devi ammazzare. Ucciditi», «Buttati giù».
Non è più normale che sui social si possa minacciare e istigare ad atti violenti. Il cyberbullismo è un problema serio che va affrontato. Dai dati del Monitoraggio di Piattaforma ELISA emerge che l’8,4% di studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado ha subito episodi di cyberbullismo (l’1% in modo sistematico) e il 7% ha preso parte attivamente a episodi di cyberbullismo. La metà dei ragazzi vittime è anche autore di quei comportamenti, perché nella rete diversamente da quel che accade nella realtà tutti possono esser bulli.

E qui non parliamo di un’altra piaga sociale come il revenge porn, altro danno enorme più o meno nato con i social network, ma soltanto del bullismo via social. Se scriviamo ad una persona “Fai schifo, ammazzati” non stiamo esprimendo una nostra opinione, non stiamo facendo ironia, una battuta sarcastica, qualcosa che scrivi e finisce nel dimenticatoio. Stiamo ferendo quella persona, emotivamente e anche fisicamente perché potrebbe portarla alla depressione e ad atti inconsulti.

Quello che scriviamo sui social non è una goccia in un mare, per chi lo legge quello è il mare. Che poi basterebbe poco. Basterebbe seguire una regola diffusa già nell’antica Grecia e ripresa nel libro biblico di Tobia:

Non fare a nessuno ciò che non piace a te.

Basterebbe così poco.