NAZIONALE ITALIANA: Oltre la tattica, ecco perché ha vinto gli Europei

L’Italia di Roberto Mancini ha vinto gli Europei con grande merito. Ha espresso un ottimo calcio, ma a fare la differenza è stata la fame, la voglia che gli azzurri ci mettono ogni volta che entrano in campo.
Ci sono dei miti che si sono creati intorno a questa squadra: ad esempio, che sono giovani alla prima esperienza, che giocano bene perché ognuno si mette al servizio dell’altro perché nessuno è una primadonna, un leader. Sono veri anagraficamente ma ogni componente di questa squadra ha una storia alle spalle che lo rende voglioso di rivincita.
Ecco, la forza di questa Nazionale è proprio la voglia di rivalsa nei confronti della vita e delle difficoltà che ognuno ha passato. Chiaramante le difficoltà sono di vario livello, ma tutte sono una spinta a dare più del proprio massimo. Ecco quali:

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GIANLUIGI DONNARUMMA (22 ANNI): È giovane ma ha già vissuto la difficoltà di giocare contro un intero popolo. Nel 2017 fu protagonista di una trattativa serrata per il rinnovo con il Milan, la squadra che lo ha fatto debuttare giovanissimo e che lo ha fatto crescere. Quel giorno diventò “Dollarumma” e ad ogni papera gli hanno rinfacciato il suo voler pensare ai soldi. Non solo, questa estate non ha rinnovato ed è andato via a scadenza di contratto senza far guadagnare 1 euro al Milan.

FRANCESCO ACERBI (33 ANNI): Nel 2013 è stato operato per un tumore al testicolo (leggi i 38 vip che hanno vinto contro il cancro). Un sopravvissuto, secondo te quanta “fame” può avere di giocare?

LEONARDO BONUCCI (34 ANNI): Titolare della nazionale e della Juventus che vinceva campionati su campionati e che aveva giocato due finali di Champions League. Nel 2017 la scelta di andare al Milan per una nuova sfida ma da campione. Fra annunci da coach motivazionale e proclami da top player assoluto con un’autostima enorme, gli fu dato un super contratto e la fascia di capitano ma invece di avere il successo sperato, giocò male, arrivarono tante critiche e lui, un po’ tristemente, decide di tornare alla Juventus dopo una sola stagione in punta di piedi, umilmente. Poteva abbattersi e invece, eccolo qua.

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LEONARDO SPINAZZOLA (28 ANNI): Nel gennaio del 2020 era un calciatore finito. Tutti sapevano che era un ottimo calciatore ma per via degli infortuni non riusciva a dimostrarlo. In quel gennaio sembrava tutto fatto: Spinazzola all’Inter e Politano alla Roma, uno scambio equo. Lui fece anche le visite mediche ma alla fine saltò tutto per un ripensamento dell’Inter. Ufficialmente perché ufficiosamente si disse che era per via delle sue condizioni fisiche. Ti dicono «Tutti pensano che sei rotto, nessuno punterà su di te» e qualche mese dopo sei titolare in Nazionale…

ALESSANDRO FLORENZI (30 ANNI): Romano e romanista, cresce con la maglia giallorossa addosso. È un’ala, ma pur di giocare fa anche il terzino basso, l’esterno in attacco, il quinto a centrocampo, con il risultato che sa fare tutto ma senza specializzarsi in un ruolo. Dopo Totti e De Rossi è il capitano per acclamazione dei tifosi e così è. Nel 2019 De Rossi lascia la Roma e lui diventa il capitano. Tutto bene? No, arriva Fonseca, qualche difficoltà e a gennaio 2020 va in prestito al Valencia. Da “capitan futuro” e “uno dei migliori calciatori italiani” (era già titolare in Nazionale) con voci di trasferimento nei migliori team d’Europa a spedito in prestito come un giocatore poco utile. Lui accetta sperando di tornare a Roma in estate ed essere protagonista. E invece no, a settembre 2020 un altro prestito al Paris Saint-Germain che è uno dei migliori team d’Europa ma non è la Roma.

FEDERICO CHIESA (23 ANNI): È l’unico “figlio di” della squadra. Oggi è considerato uno dei migliori, ma sin dagli inizi ha dovuto lottare con il nome ingombrante di suo padre, uno degli attaccanti più forti degli anni ’90. Tra l’altro, Chiesa giocava nella Fiorentina, la stessa squadra dove giocava suo padre, quindi il cognome era ancora più pesante. A suo di prestazioni, però, ha saputo cancellare la nomea di raccomandato e nessuno lo ha più associato a suo padre. Ottimo. Poi arriva l’estate 2020 e lui comincia a fare le bozze, i “mal di pancia” come si chiamano nel gergo del calciomercato: in pochi giorni si trasferisce alla Juventus che è l’acerrima nemica dei tifosi della Fiorentina. Un tradimento con striscioni eloquenti (“Firenze non è più casa tua… infame”) e minacce di morte a lui e al fratello minore Lorenzo che invece giocava ancora nelle giovanili della Fiorentina.
Tra l’altro, un destino simile è successo anche ad altri due componenti di questa squadra: GIORGIO CHIELLINI (36 ANNI) nel 2005 e FEDERICO BERNARDESCHI (27 ANNI) nel 2017. Anche per loro il passaggio dalla Fiorentina alla Juventus fu visto come un tradimento con insulti, minacce ecc. Tutte cose che temprano il carattere.

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CIRO IMMOBILE (31 ANNI): Pochi calciatori sono andati dalle stelle alle stalle e ritorno come lui. Nato a Torre Annunziata, viene acquistato a 17 anni dalla Juventus e di lui si parla benissimo segnando tanto e vincendo con la Primavera e debuttando in Prima Squadra subentrando ad Alex Del Piero, un segno del destino. La carriera sembra scintillante e invece arrivano una serie di prestiti non positivissimi: Siena, Grosseto e infine Pescara. Qui trova Zeman e una super squadra di giovanissimi (c’è anche Verratti) e si fa notare. Bene, può tornare alla Juve? No, i bianconeri dividono la proprietà del cartellino prima con il Genoa e poi con il Torino che alla fine comprerà l’intero cartellino. Proprio a Torino, Immobile diventa un top, soprattutto in coppia con Zaza. I suoi gol attirano l’attenzione del Borussia Dortmund che da anni attua questa politica: acquista gli attaccanti giovani più forti per farli crescere e poi rivenderli a valore maggiore (ora lo sta facendo con Haaland). Lo paga 19,4 milioni di euro. È la grande occasione: la Bundesliga, i contratti milionari, gli sponsor, la Champions League. Immobile è arrivato al top. E invece è l’inizio della fine. Un crollo verticale: Ciro non si adatta e il Borussia decide di venderlo al Siviglia in prestito con obbligo di riscatto a 11 milioni. In Spagna va malino ma il Siviglia deve comprarlo per forza e alla fine lo cede in prestito al Torino (850 mila euro) dove fa qualche buona prestazione ma non lascia il segno.
Da top europeo a calciatore rifiutato da tutti.
Alla fine il Siviglia decide di venderlo e arriva Claudio Lotito della Lazio che per 8,5 milioni lo acquista per la sua Lazio. E qui riparte da zero fino ad arrivare a dove è oggi.

Anche lo staff conta.

ROBERTO MANCINI (56 ANNI): Ha una doppia motivazione. Da giocatore non riuscì mai a lasciare il segno in azzurro (da Vialli a Baggio a Schillaci, molti fecero meglio di lui) e da allenatore è sempre stato seguito da un sospetto di sopravvalutato: divenne allenatore alla Fiorentina solo perché era Mancini e non per esperienza, anzi, non aveva neanche il patentino di allenatore di prima categoria. Poi andò alla Lazio e all’Inter dove aprì il ciclo dei 5 scudetti ma nell’era Calciopoli quindi senza la Juventus (in B) e con il Milan a mezzo servizio. Poi lasciò l’Inter e andò al Manchester City dove vinse una storica Premier ma fece spendere tantissimi soldi alla società. Sembrava un allenatore top ma erano gli anni di Mourinho e Guardiola e lui finì nel dimenticatoio senza più avere grandi successi all’Inter (di nuovo), al Galatasaray o allo Zenit. Flop che acuirono la sensazione di non saper vincere senza far spendere tanti milioni ai suoi presidenti.

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GIANLUCA VIALLI (56 ANNI): Fa parte dello staff di Mancini e anche lui ha una doppia motivazione. La prima è calcistica: con la Samp e la Juventus vinse tutto ma con la Nazionale no. A Italia ’90 era l’attaccante di punta della squadra e VIcini cercò anche di aspettarlo ma alla fine l’esplosione di Schillaci e l’astro nascente di Baggio lo relegarono in un ruolo secondario.
La seconda motivazione è umana: da anni sta lottando contro un cancro al pancreas. Ora sembra averlo sconfitto, ma anche questa è una forte motivazione.

 

Foto: Calcioshop

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