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I risultati post Campionati Europei della nazionale di Roberto Mancini non sono stati affatto entusiasmanti, anzi, sono stati un disastro culminato con l’eliminazione dal Mondiale in Qatar ad opera della Macedona del Nord. Certo questo non può farci dimenticare le grandi gioie dell’estate 2021, vittorie nate più da uno slancio di entusiasmo che dalle reali capacità dei singoli giocatori. Quindi, la domanda delle domande è: come è stato possibile che lo stesso gruppo di giocatori abbia vinto un Campionato Europeo contro le big d’Europa e poi si sia fatta battere dalla Macedonia del Nord?

Consigli
LA MOTIVAZIONE È TUTTO. NEL BENE E NEL MALE

L’Italia che ha vinto nell’estate del 2021 era composta da giocatori con scarse esperienze internazionali ma grazie al gioco e alla mentalità offensiva di Mancini, e al suo carisma, ha saputo andare oltre le loro reali potenzialità.
Dalle stalle alle stelle: in ogni gara partivano battuti nei pronostici e quindi davano tutto quello che avevano, anche di più. Sentendosi inferiori agli avversari, sono riusciti a batterli con la voglia e il gioco, spingendosi al “giocare oltre i limiti”.
Dalle stelle alle stalle: vincendo quell’Europeo si sono sentiti così forti da non dare più il massimo, ma limitarsi al “giocare come sappiamo”. E questo spesso significa giocare con superficialità.

Non è la prima volta, è successo già tante volte in passato:

  • nel 1982 l’Italia era sfavorita, aveva tanti ottimi giocatori, ma inferiori rispetto alla Germania Ovest di Rumenigge, all’Argentina di Maradona, al Brasile dei tanti talenti. Aveva “fame” e vinse. Eravamo Campioni del mondo eppure non ci qualificammo agli Europei del 1984, da favoriti? E ai mondiali del 1986? Qualificati di diritto, fummo eliminati al turno eliminatorio. Stessi giocatori, risultati prima positivi, poi negativi.
  • nel 2006 un’Italia carica a mille per il post Calciopoli riuscì a vincere il mondiale. Non eravamo i favoriti, i favoriti erano altri eppure vincemmo contro tutto e tutti. Poi? Eliminati al secondo turno agli Europei ed eliminati al girone ai Mondiali del 2010.

La motivazione è tutto e non vale solo nel calcio. Avere forti motivazioni ti porta a dare il 110% delle tue potenzialità e così può succedere che sei l’Inter del 2010, una squadra forte ma molto meno competitiva delle sue avversarie, che pure riuscì a vincere il Triplete. Le motivazioni fanno anche male: se si è convinti di essere forti, si tende a giocare “con la mano sinistra”, come si suol dire, e questo ti porta incontro a brutte figure e può succedere che la Roma di Mourinho perda 6 a 1 contro il Bodo/Glimt. Non proprio il Real Madrid.

I GIOCATORI DEL 2021

Ecco perché è inutile prendersela con questi giocatori che non erano fenomeni quando vinsero l’Europeo e registrarono il record di partite imbattuti e non sono dei brocchi dopo la gara con la Macedonia. La speranza è che non finisca come nei precedenti e che invece tutti facciano tesoro di questa esperienza per ripartire.
L’esperienza è fondamentale perché tornare sulla terra fa tornare anche quella “fame” che i protagonisti di Euro 2020 (giocato nel 2021) avevano quando parteciparono al torneo continentale. Quell’Europeo, infatti, fu una sorta di rivalsa nei confronti della vita e del destino.
Questo spiega anche perché dopo la vittoria europea quella squadra si è come sgonfiata: è come se l’Europeo fosse stato l’obiettivo massimo raggiungibile. Raggiunto quello, stop. Della serie: “siamo i campioni, ora sono gli altri che devono impegnarsi per batterci”. Errore gravissimo, tipico di chi raggiunge alti livelli dopo tante e tante difficoltà. La “pancia piena“, come si dice, è l’esatto opposto dell'”affrontare la vita con la fame di chi vuole di più“.
Ecco cosa ha spinto gli azzurri alla vittoria europea (l’età era al momento dell’Europeo 2021). Chiaramente le difficoltà sono di vario livello, ma tutte sono state una spinta a dare più del proprio massimo. Ecco quali:

GIANLUIGI DONNARUMMA (22 ANNI): È giovane ma ha già vissuto la difficoltà di giocare contro un intero popolo. Nel 2017 fu protagonista di una trattativa serrata per il rinnovo con il Milan, la squadra che lo ha fatto debuttare giovanissimo e che lo ha fatto crescere. Quel giorno diventò “Dollarumma” e ad ogni papera gli hanno rinfacciato il suo voler pensare ai soldi. Non solo, nell’estate 2021 non ha rinnovato ed è andato via a scadenza di contratto senza far guadagnare 1 euro al Milan. Per andare al PSG dove non solo non è diventato titolare ma è stato anche protagonista dell’errore che è costata l’eliminazione al PSG dalla Champions (errore tipico di chi non si sente più sicuro).

FRANCESCO ACERBI (33 ANNI): Nel 2013 è stato operato per un tumore al testicolo (leggi i 38 vip che hanno vinto contro il cancro). Un sopravvissuto, quanta “fame” poteva avere di giocare?

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LEONARDO BONUCCI (34 ANNI): Titolare della nazionale e della Juventus che vinceva campionati su campionati e che aveva giocato due finali di Champions League. Nel 2017 la scelta di andare al Milan per una nuova sfida ma da campione. Fra annunci da coach motivazionale e proclami da top player assoluto con un’autostima enorme, gli fu dato un super contratto e la fascia di capitano ma invece di avere il successo sperato, giocò male, arrivarono tante critiche e lui, un po’ tristemente, decide di tornare alla Juventus dopo una sola stagione in punta di piedi, umilmente. Poteva abbattersi e invece, è tornato un protagonista assoluto della Juve e della nazionale campione d’Europa.

LEONARDO SPINAZZOLA (28 ANNI): Nel gennaio del 2020 era un calciatore finito. Tutti sapevano che era un ottimo calciatore ma per via degli infortuni non riusciva a dimostrarlo. In quel gennaio sembrava tutto fatto: Spinazzola all’Inter e Politano alla Roma, uno scambio equo. Lui fece anche le visite mediche ma alla fine saltò tutto per un ripensamento dell’Inter. Ufficialmente perché ufficiosamente si disse che era per via delle sue condizioni fisiche. Ti dicono «Tutti pensano che sei rotto, nessuno punterà su di te» e qualche mese dopo sei titolare in Nazionale…

ALESSANDRO FLORENZI (30 ANNI): Romano e romanista, cresce con la maglia giallorossa addosso. È un’ala, ma pur di giocare fa anche il terzino basso, l’esterno in attacco, il quinto a centrocampo, con il risultato che sa fare tutto ma senza specializzarsi in un ruolo. Dopo Totti e De Rossi è il capitano per acclamazione dei tifosi e così è. Nel 2019 De Rossi lascia la Roma e lui diventa il capitano. Tutto bene? No, arriva Fonseca, qualche difficoltà e a gennaio 2020 va in prestito al Valencia. Da “capitan futuro” e “uno dei migliori calciatori italiani” (era già titolare in Nazionale) con voci di trasferimento nei migliori team d’Europa a spedito in prestito come un giocatore poco utile. Lui accetta sperando di tornare a Roma in estate ed essere protagonista. E invece no, a settembre 2020 un altro prestito al Paris Saint-Germain che è uno dei migliori team d’Europa ma non è la Roma.

FEDERICO CHIESA (23 ANNI): È l’unico “figlio di” della squadra. Oggi è considerato uno dei migliori, ma sin dagli inizi ha dovuto lottare con il nome ingombrante di suo padre, uno degli attaccanti più forti degli anni ’90. Tra l’altro, Chiesa giocava nella Fiorentina, la stessa squadra dove giocava suo padre, quindi il cognome era ancora più pesante. A suo di prestazioni, però, ha saputo cancellare la nomea di raccomandato e nessuno lo ha più associato a suo padre. Ottimo. Poi arriva l’estate 2020 e lui comincia a fare le bozze, i “mal di pancia” come si chiamano nel gergo del calciomercato: in pochi giorni si trasferisce alla Juventus che è l’acerrima nemica dei tifosi della Fiorentina. Un tradimento con striscioni eloquenti (“Firenze non è più casa tua… infame”) e minacce di morte a lui e al fratello minore Lorenzo che invece giocava ancora nelle giovanili della Fiorentina.
Tra l’altro, un destino simile è successo anche ad altri due componenti di questa squadra: GIORGIO CHIELLINI (36 ANNI) nel 2005 e FEDERICO BERNARDESCHI (27 ANNI) nel 2017. Anche per loro il passaggio dalla Fiorentina alla Juventus fu visto come un tradimento con insulti, minacce ecc. Tutte cose che temprano il carattere.

CIRO IMMOBILE (31 ANNI): Pochi calciatori sono andati dalle stelle alle stalle e ritorno come lui. Nato a Torre Annunziata, viene acquistato a 17 anni dalla Juventus e di lui si parla benissimo segnando tanto e vincendo con la Primavera e debuttando in Prima Squadra subentrando ad Alex Del Piero, un segno del destino. La carriera sembra scintillante e invece arrivano una serie di prestiti non positivissimi: Siena, Grosseto e infine Pescara. Qui trova Zeman e una super squadra di giovanissimi (c’è anche Verratti) e si fa notare. Bene, può tornare alla Juve? No, i bianconeri dividono la proprietà del cartellino prima con il Genoa e poi con il Torino che alla fine comprerà l’intero cartellino. Proprio a Torino, Immobile diventa un top, soprattutto in coppia con Zaza. I suoi gol attirano l’attenzione del Borussia Dortmund che da anni attua questa politica: acquista gli attaccanti giovani più forti per farli crescere e poi rivenderli a valore maggiore (ora lo sta facendo con Haaland). Lo paga 19,4 milioni di euro. È la grande occasione: la Bundesliga, i contratti milionari, gli sponsor, la Champions League. Immobile è arrivato al top. E invece è l’inizio della fine. Un crollo verticale: Ciro non si adatta e il Borussia decide di venderlo al Siviglia in prestito con obbligo di riscatto a 11 milioni. In Spagna va malino ma il Siviglia deve comprarlo per forza e alla fine lo cede in prestito al Torino (850 mila euro) dove fa qualche buona prestazione ma non lascia il segno.
Da top europeo a calciatore rifiutato da tutti.
Alla fine il Siviglia decide di venderlo e arriva Claudio Lotito della Lazio che per 8,5 milioni lo acquista per la sua Lazio. E qui riparte da zero fino ad arrivare a dove è oggi.

Anche lo staff conta.

ROBERTO MANCINI (56 ANNI): Ha una doppia motivazione. Da giocatore non riuscì mai a lasciare il segno in azzurro (da Vialli a Baggio a Schillaci, molti fecero meglio di lui) e da allenatore è sempre stato seguito da un sospetto di sopravvalutato: divenne allenatore alla Fiorentina solo perché era Mancini e non per esperienza, anzi, non aveva neanche il patentino di allenatore di prima categoria. Poi andò alla Lazio e all’Inter dove aprì il ciclo dei 5 scudetti ma nell’era Calciopoli quindi senza la Juventus (in B) e con il Milan a mezzo servizio. Poi lasciò l’Inter e andò al Manchester City dove vinse una storica Premier ma fece spendere tantissimi soldi alla società. Sembrava un allenatore top ma erano gli anni di Mourinho e Guardiola e lui finì nel dimenticatoio senza più avere grandi successi all’Inter (di nuovo), al Galatasaray o allo Zenit. Flop che acuirono la sensazione di non saper vincere senza far spendere tanti milioni ai suoi presidenti.

GIANLUCA VIALLI (56 ANNI): Fa parte dello staff di Mancini e anche lui ha una doppia motivazione. La prima è calcistica: con la Samp e la Juventus vinse tutto ma con la Nazionale no. A Italia ’90 era l’attaccante di punta della squadra e VIcini cercò anche di aspettarlo ma alla fine l’esplosione di Schillaci e l’astro nascente di Baggio lo relegarono in un ruolo secondario.
La seconda motivazione è umana: da anni sta lottando contro un cancro al pancreas. Ora sembra averlo sconfitto, ma anche questa è una forte motivazione.

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Foto: Calcioshop

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